FORGOT YOUR DETAILS?

Ebbene si. Ora sono a quota 7. Prima o poi mi daranno una risposta?

Avevo parlato in un mio vecchio post di quanti colloqui si devono fare per trovare lavoro. Quella era anche una formula matematica, in base a quanto le posizioni siano in usuale movimento.

Io credo di aver raggiunto il massimo possibile.

Ne ho fatti 7: ebbene si 7.

Ripercorriamoli assieme.

Vedo un annuncio su Indeed. Azienda nota, posizione interessante. Rispondo. Ovviamente cerco subito agganci per capire chi mi può aiutare dall’interno ad avere informazioni di prima mano.

Trovo un ex collega che mi da qualche dritta, e vengo chiamata a fare il primo colloquio. Il mio manager.

La settimana dopo un manager europeo, e la settimana dopo un manager del personale (e siamo a quota 3).

Mi intervista il VP europeo.

Mi intervista il Country Manager.

Quota 7. Quasi quasi comincio a crederci.

Spariscono.

Chiedo lumi. Stanno ancora intervistando i candidati mi risponde il talent.

Aspetto.

Provo a risentirli. Alla fine sono passati 4 mesi dal primo colloquio.

“Guardi ci dispiace abbiamo preferito un altro candidato”.

E vabbè, riinizo d’accapo con una nuova candidatura.

Com’era? Quando il gioco si fa duro…

 

 

A volte nel processo di selezione vi viene richiesto di fare un Panel. Vi racconto la mia storia.

Eccoci, fatti 3 colloqui. Siamo al quarto. E’ richiesto un  Panel in inglese su uno specifico “use case”. Presenti un certo numero di capi europei, come si dice in gergo, gli stakeholder chiave.

Giovedì di Luglio assolato, ore 13.00. Ero al mare. Sto tornando a casa dalla spiaggia. Squilla il telefono. E’ la cacciatrice di teste preannunciandomi la partecipazione al Panel il Lunedì successivo a Milano ore 12:00.

20 minuti in tutto:3 per prese, 17 sullo use case. Il template da usare sarebbe arrivato via email.

Ore 13:00 del Venerdì. Nulla è nel mio inbox, richiamo la cacciatrice di teste, che mi rinvia il materiale che alla fine arriva.

Freneticamente leggo tutto quello che trovo sull’argomento: IDC, Gartner, Ricerche varie, testimonianza dei clienti, il sito web dell’azienda. Come faccio a non dire stupidate facendo un use case su un tema di cui non so nulla per una azienda che ho visto solo da fuori? Volo alto? Ci butto dentro particolari loro? Alla fine faccio un mix….speriamo bene!

Preparo la presentazione. Faccio il biglietto per Domenica pomeriggio. 700 km non si possono fare il mattino stesso.

Sul treno ripeto freneticamente la presentazione cronometrandomi.

Sono nervosa. Mi bevo una birra, forse aiuterà a rilassarmi. Non sortisce un gran effetto.

La casa a Milano ha un odore familiare di quando ritorni dopo un po’ di giorni nella tua tana. Odore che non percepisci quando ci vivi tutti i giorni. Dormo poco.

Al mattino parrucchiere e trucco. Anche l’aspetto è importante.

Abito formale. Le società della costa est degli stati uniti sono molto più formali di quella della costa ovest.

Il posto è vicino, prendo comunque l’auto per non arrivare sudata.

10 minuti di anticipo, questa è la regola, ed io la rispetto.

Mi viene a prendere alla reception quello che sarebbe dovuto essere il mio capo, Mauro.

Sembra quasi più nervoso di me, ma non riesco a capire perché.

Entro nella sala con un enorme tavolo a ferro di cavallo. 4 persone sono sedute distanziate di 3, 4 posti, equamente distribuite.

Ho la presentazione su una chiavetta, che viene proiettata mentre si fa il giro di presentazioni. Capo europeo di funzione, country manager, capo sud Europa del personale e Mauro.

Parto. Metto il pilota automatico e faccio il mio show. Lo avrò provato 100 volte? Forse di più. Dico tutto quello che voglio dire, nel modo in cui lo voglio dire. Riesco a non far tremare la voce e sto esattamente nei tempi.

Alla domanda “ha domande da farci?” ho la sfrontatezza, di cui mi sono stupita io stessa, di chiedere “come pensate che io sia andata?”.

Rimangono colpiti. Mi dico “speriamo di non aver fatto la stupidata alla fine”. Qualche domanda sparsa, ci salutiamo.

Esco.

Mi avvio lungo il corridoio, ripensando, come quando si esce da un esame, al “reply” del colloquio e mi chiedo “avrò detto qualche stupidata?”.

Sono quasi arrivata alla porta quando Mauro esce dalla sala, mi chiama. Io mi blocco. Mi raggiunge. Penso “oddio che mi dirà?”

Mi arriva davanti, mi porge la mano.

Mi sorride e mi dice “davvero un’ottima presentazione!”

Vivere è essere in transizione, procedere seguendo il tempo, verso il futuro. Questa condizione non è percepita chiaramente soprattutto in occidente, ci si proietta in avanti, solitamente con enfasi non rendendoci ben conto del passaggio di stati.
Può avvenire che il processo sia fluido, una serie ben concatenata di eventi felici, che possono corrispondere ad un disegno preciso, o a fortunate casualità. E può avvenire che ci sia un’interruzione, un deragliamento, una sosta, usate l’immagine che vi è più confacente. Allora si prende coscienza di quanto si è fatto, dove si è e si voleva andare, dove effettivamente si va e si può andare nel nuovo assetto. Il percorso può essere in solitaria, o in relazione, ed entriamo nello specifico del lavoro, che è un rapporto, in estrema sintesi a due: la persona il datore.
Nella più virtuose collaborazioni la crescita è di entrambi, anche se non lo reputo un rapporto paritario in termini di potere, l’azienda cresce sempre più del singolo, ma è auspicabile che, consapevoli di ciò, si prenda il meglio dall’esperienza. Anche quando il soggetto forte decide di chiudere. Qualsiasi siano i motivi, il punto nodale è l’accettazione del cambiamento, la presa d’atto, come quindi transitare da – sconcerto, dolore, abbandono, a – possibilità, speranza, necessità di ridefinirsi.
La perdita del lavoro è un evento altamente traumatico. Non lego il disagio che ne consegue alla particolare congiuntura di crisi economica, che pure ha un suo peso, quanto alla modifica di un modo di vivere, soprattutto se vi è un importante coinvolgimento emotivo, fatto di consuetudini e valori. No credo nella tanto decantata “opportunità” che l’essere licenziati comporti, non condivido il concetto di fondo, la trovo comunque una deprivazione anche brutale, alla quale ho cercato personalmente di fare fronte nel modo più razionale.
Lo sforzo che siamo chiamati a sostenere è quello di elaborare il lutto della fine, credere in noi stessi in quanto individui dotati di senso e capacità, trasferire questi elementi in un altro contenitore che sappia valorizzarci, instaurare nuovi legami e aderire ad un nuovo progetto. Ci vuole ottimismo, penserei amore per la vita e gli altri, e la convinzione, da ribadirsi in continuazione, che noi siamo il lavoro e non viceversa.

A. Mugheddu
https://it.linkedin.com/in/annalisa-mugheddu-41a2509

Apprendista con esperienza?

venerdì, 03 maggio 2019 by

Capitano a volte annunci con requisiti molto dettagliati ma con aspettativa di anni di esperienza impossibili.

Ti è mai capitato anche a te? Super esperienziato, con laurea, 3 master ed esperienza, max 27 anni!!

A volte, invece di mettere l’età mettono (politically correct) gli anni di esperienza. Program Manager con esperienza EMEA, con laurea, 2 master, 4 lingue, certificazioni PMI, esperienza di P&L, gestione team internazionali, 2 anni di esperienza.

Sarebbe comico se non fosse un pò tragico.

E noi 50enni?

Noi siamo quelli che l’esperienza l’abbiamo davvero!

Chi ci assume lo sa. Dobbiamo solo crederci anche noi, e non pensare che non siamo noi quelli che cercano.

Tanto si sa, in una ricerca di lavoro, non tutti i requisiti vengono soddisfatti. Il manager di riferimento mette giù i requisiti, alcuni più importanti, altri meno. Si spera che quelli importanti siano all’inizio della lista, ma attenti, non sempre è così.

Quindi che fare? Rispondere ovviamente. Se davvero gli servono quelle competenze vi chiameranno.

Si era proprio così che venivo considerato nel mio settore, a 32 anni mi sono trovato tra le mani l’opportunità di fare una start up per una multinazionale francese. I risultati furono eccellenti e dopo 7 anni di quest’avventura il mio gruppo fu acquisito da un‘altra multinazionale francese. Bene dico, sarà il caso che mi guardi intorno perché non avranno bisogno di un altro responsabile. Invece, con mia grande sorpresa, mi offrono la responsabilità commerciale di un’altra divisione che purtroppo non era mai decollata e sembrava non avere prospettive.

Con un gruppo di persone considerate “scappate di casa”, persone con percorsi professionali molto differenti tra loro, con personalità difficili e soprattutto non aggregate fra loro, penso che sia una bella sfiga al posto di una bella sfida. Insomma, ciononostante dopo 3,5 anni e dopo che questi colleghi diventassero un vero team passiamo da un fatturato di €. 3,5ML ad un fatturato di quasi €. 16ML. Così mi dico che forse sono davvero bravo e decido di cogliere al volo una nuova opportunità come Direttore Commerciale / Country Manager per una multinazionale americana. Ho un capo eccezionale che è uno stimolo continuo per me, competente in tutte le aree aziendali, Produzione, R&D, Finance, Sales & MKT, veramente un Manager completo. Ok, accetto questa nuova sfida con tante aspettative da parte di tutti, non solo mie ma anche e soprattutto da parte del management internazionale, e nonostante le difficoltà della crisi degli ultimi anni e gli scarsi investimenti del gruppo nell’innovazione e /o nel migliorare il proprio range di prodotti resistiamo migliorando significativamente i risultati aziendali.

E cosa succede? Il mio gruppo viene acquisito da un altro gruppo sempre americano. Il mio capo mi tranquillizza e dice “guarda che i risultati della tua B.U. sono di gran lunga superiori a quelli della filiale italiana del nuovo gruppo e con un fatturato che è 3 volte il tuo”. Bene sembra un buon motivo per stare tranquilli e invece dopo 2 anni il mio capo mi manda un invito per una Business review nella sede della nuova capogruppo. E si è successo anche a me, sono passato da enfant prodige ad essere un peso economico per l’azienda che si vede costretta a tagliare i costi, come se l’azienda andasse male, anzi contrariamente l’azienda era in crescita sia di fatturato sia di redditività.

A questo punto la fatidica domanda: e adesso che ho quasi 50 anni che faccio?

Ho guardato con attenzione alle mie finanze, cosa che mi ha permesso di affrontare questo periodo di transizione con serenità.
Mi sono dedicato ai lavori di casa trascurati per anni, ovvero a tutte quelle cose che rinvii costantemente o per pigrizia o per reale mancanza di tempo. Sembra una rottura di scatole ma per me invece, dedicarmi ad altre attività non lavorative (almeno non quelle abituali) mi ha aiutato a recuperare energie mentali e soprattutto seve a fare stare zitta la moglie che al posto di stressarti per il lavoro che non c’è diventa un vero e reale supporto morale.
Inizio l’attività di ricerca ma come? A parte il mio primo impiego 25 anni fa non ho mai cercato un lavoro e ho sempre cambiato perché erano le società a contattarmi, allora decido di inserire nella trattativa con la mia ex azienda l’outplacement, pensando che loro sapranno indirizzarmi.
Il primo passo da fare quando si entra in contatto con una società di outplacement è quello di comprendere che loro non ti cercano un lavoro ma ti forniscono gli strumenti e la metodologia per fare la tua ricerca. Come nel tuo percorso professionale anche nella ricerca di un nuovo impiego devi essere il protagonista principale.
Così dopo vari seminari inizio a fare tantissimi colloqui sia per sviluppare e coltivare il network sia di selezione, e nonostante l’impressione sia sempre molto positiva sull’esito dei colloqui, non viene fuori nulla in termini di impiego, ma mi vengono richieste delle consulenze come rivedere e/o costruire un catalogo commerciale, creare una rete commerciale di agenzie o riorganizzare l’attività ed il team commerciale.
No, non sono diventato un consulente anche se è un attività di tutto rispetto, continuo nella mia ricerca, ma supportare queste aziende anche se solo temporaneamente mi ha permesso di continuare a restare collegato con il mio mercato, di tenere la mente allenata sulle problematiche aziendali, e soprattutto di tenere vivo il network.

Quindi, se come me amate essere protagonisti di un attività e non solo un consigliere, non scartate a priori l’ipotesi di fare il consulente, ma sfruttatela al meglio per la vostra ricerca perché vi farà conoscere gente nuova e vi permetterà di restare collegati al business.

E poi, un po’ di soldi non ci fanno schifo.

Annunci o headhunter?

lunedì, 15 aprile 2019 by

Qual’è la strategia giusta per ricollocarsi: annunci o headhunter?

La domanda è quella da un milione dei dollari. La risposta è dipende.

Se sei un professionista che sta ancora lavorando, è un po’ imbarazzante applicare ad una posizione di un diretto competitor. Se non stai lavorando non è certo un problema, ma sarà efficace?

E se scrivo ad un headhunter, avrò miglior successo?

La mia storia non è stata finora felicissima ne con gli headhunter, ne con le risposte agli annunci.

Ma entrambi sono un mezzo che se giustamente attivati dalla propria rete personale possono portare a grandi risultati.

In alcune aziende le posizioni non possono essere aperte se no c’è un job posting ufficiale. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non è così. E quindi i “post” che si vedono sono solo quelli per cui altri metodi non hanno portato a risultati. Quindi ahimè una minoranza.

Viceversa gli headhunter sono interessati a te solo se hanno una commessa aperta per una posizione. Per cui nel maggior parte dei casi ti ignorano.

Allora? Allora va fatto ma non contate su quello per avere un colloquio.
Non sai mai da quale canale uscirà la tua opportunità. Tutte vanno attivate, ma poi “massaggiate” attraverso la vostra rete personale. E’ capitato anche a voi?

 

 

 

….processo lungo e tormentato. Ve lo sarete chiesti anche voi.

Dopo 3 colloqui, il potenziale datore di lavoro non si fa più sentire. Qualche amico mi ha detto che ne ha fatti 5 poi è stato preso, altri 6, altri 2.

Preparatevi ad iter lunghi, l’assunzione è un passo strategico nella scelta di un collaboratore. Posizioni approvate, vengono cancellate. Tutto può accadere.

Vi racconto cosa è successo a me alla mia precedente esperienza.

Faccio il primo colloquio. Presenti il mio potenziale capo e il capo del personale. Esco convinta che non sia la posizione per me. Si le competenze per fare tutto ciò che mi chiedono le ho, le ho guadagnate però non in un ruolo simile a quello per stanno cercando un candidato, ma in tanti ruoli differenti negli anni.

Esco molto perplessa. Mi dico “ci vorrà uno sforzo di fantasia per poter scegliere me”. Il giorno dopo sento il mio “sponsor”, Marco, che mi aveva caldamente raccomandato internamente e gli esterno le mie perplessità.

Il giorno dopo Marco mi richiama. “Guarda” mi dice “sei piaciuta molto. Sai, io non avevo dubbi, e poi noi siamo fantasiosi by design”.

Inutile che vi dica che ho cominciato a camminare ad un metro da terra.

Poi, passa una settimana. Ne passano due. Ne passano tre. Alla fine della quarta scrivo. Combattuta tra non sembrare impaziente e sembrare poco interessata. Mi rispondono, che si, sono interessati e che mi inseriranno nella selezione ufficiale fatta dall’headhunter, venendo io da una segnalazione interna.

Passano altre due settimane, poi finalmente vengo chiamata per il secondo colloquio, che mi viene fissato dopo 10 giorni.

Dai primi di Maggio arriviamo quindi quasi alla fine di Giugno.

Dal colloquio con l’headhunter passano altre due settimane.

Nel frattempo un’altra opportunità su cui stavo facendo dei colloqui, si chiude negativamente. Sono triste, ma intanto ho l’altra e continuo a sperare.

A metà di Luglio mi fanno il colloquio d’Inglese, per verificare che veramente sia in grado di articolare un discorso sensato.

L’ultima settimana di Luglio, mi chiamano per un Panel in cui devo presentare in Inglese un “esercizio” ad un numero di persone.

Ovviamente mi mandano la presentazione al Venerdì all’ora di pranzo per presentare al Lunedì mattina.

Rimango concentrata, lavoro come una matta tutto il weekend, e mi porto a casa il risultato.

Vi racconterò il dettaglio di quell’incontro in un altro post.

Prima settimana di agosto mi chiamano per dirmi che sono io il loro candidato ideale! Assunta il 1° Settembre!!

Per evitare cocenti delusioni, qualche consiglio di buon senso imparato sulla mia pelle:

1) Evitate di smettere di cercare se avete attivo un iter di selezione. Sara più facile gestire i “no, abbiamo scelto un altro candidato” se avete qualche altra opportunità attiva. Lo so che la tensione cala un pò ma rimanete concentrati.

2) A dire di no si fa sempre in tempo. Quello che ci propongono non e’ il nostro lavoro ideale. Aspettiamo a dire che non ci interessa. Non si può mai sapere cosa salta fuori parlando con gli intervistatori.

3) Non vi scoraggiate se continuano a fissarvi appuntamenti con l’ennesimo intervistatore per la stessa posizione. Vuol dire che sono interessati, se no anche loro non perderebbero tempo.

Ricordate…quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare!

Cristina. E adesso?

lunedì, 08 aprile 2019 by

E’ successo tutto molto in fretta: ristrutturazione, nuovi scenari, revisione dei piani aziendali e così, dopo 22 anni, si è concluso il mio rapporto di lavoro con una società multinazionale.

A questo punto la fatidica domanda: e ora cosa faccio?

Comincio a frequentare un percorso di “career transition” presso una società di outplacement, ho poche certezze, poche idee (e quelle poche neppure del tutto chiare), l’unico punto fermo è che si deve ricominciare da capo ma… scopro piacevolmente di essere in buona compagnia!

Si crea così un gruppo di amici uniti dallo stesso “destino” e dal desiderio di reagire alla difficoltà del momento e con loro nasce l’idea “Jobforthefuture”.

Se il futuro è incerto, non lo è sicuramente il bagaglio di conoscenze e di esperienze che ognuno di noi porta con sé, e allora perché non unire le forze e condividere tutto questo?

La forza di un gruppo nasce dal desiderio di collaborare, dalla voglia di scambiarsi informazioni e condividere esperienze meglio ancora sorseggiando un buon caffè o degustando le specialità della cucina austriaca di Marion.

L’allegria e l’entusiasmo diventano contagiosi e aiutano a mantenere la positività necessaria ad affrontare le prossime sfide professionali.

L’azienda giusta per me

venerdì, 29 marzo 2019 by

Si perde il lavoro. Può essere il momento per trovare l’azienda perfetta? Si ma quel’è il lavoro perfetto?

E’ un moneto di grande possibilità e di grandi opportunità. Si parte dal mi serve un’azienda, una qualunque. Si arriva a “ma io voglio lavorare per loro?”. Alla fine il matrimonio si fa in due.

C’è sicuramente un tema di opportunità. Ovviamente serve la giusta opportunità lavorativa, inutile aspirare a lavorare in una azienda che non sta assumendo assolutamente. Ho visto delle aziende che sulla carta funzionavano benissimo per me. Poi andavi un po’ a grattare sotto la superficie, e scoprivi che l’azienda non andava affatto bene. Il country manager era una persona, diciamolo con un eufemismo, discutibile. E lo sapevi per vita vissuta.

Puoi pensare di pianificare la tua nuova carriera professionale su un certo progetto, magari già vissuto in passato. Ma magari allora non avevi famiglia, e stare su un aereo 5 volte alla settimana era fantastico.

E’ un puzzle certo. Ma al centro ci sono due considerazioni principali. Le proprie competenze e i tuoi desideri. Quelli di qui ora. Non quelli che avevi 10, 15 o 20 anni fa. Tu non sei più lo stesso. Io sicuramente no lo sono.

Allora prima di tutto, non dobbiamo cercare la risposta. Ma dobbiamo formulare la giusta domanda. Qualìè il lavoro perfetto per me oggi?

Che ne pensate?

Si parla tanto dei millennials che continuano a saltare da un impiego all’altro. E i professional italiani? Farebbero meglio a farlo

Quello che vediamo in Italia è quello che di solito succede a livello US o Europeo qualche anno prima.

Interessante questo video di qualche anno fa.

Ora rimettendo i consigli dati nella cultura italiana, possiamo dire che avere il dubbio della sua applicabilità. Avere tanti opportunità e avere l’imbarazzo della scelta non è facile.

Può però capitare ed il dubbio è atroce. Hai trovato una bella opportunità ma alcune ancora migliori stanno “cucinando”?

T chiedi cosa penserà la gente se dopo aver trovato lavoro, dopo un mese cambio?

Non credo che  ti capiterà in continuazione come nell’esempio sopra, forse ti capiterà una volta nella vita. E la considerazione di non farti scrupoli ma pensare prima di tutto a te stesso è sicuramente un po’ cinico, ma sano.

E comunque i tre consigli finali sono secondo me molto giusti:

1.Se non ti piace cambia (soprattutto dopo due o tre anni)

2.Non lasciare solo per i soldi

3.Sii allineato ai tuoi valore e a quello che ti piace fare: darai il meglio e non sarai “mediocre” nel tuo lavoro

Soprattutto il primo, non aspettare di essere defenestrato…muoviti tu se puoi!

Voi che ne pensate? Fatemi sapere…

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